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Noi siamo figli di un territorio, di una borgata, di un campanile, di un fiume, di un cielo. E' la terra su cui abbiamo pestato i primi passi, di cui abbiamo assaggiato l'aspro dell'erba, l'acre del fango, il dolce della frutta selvatica, il colore delle farfalle nella campagna estiva. Ognuno ricorda nella nebbia della propria infanzia, la una nonna che prepara la zuppa, schiarisce il brodo, sforna il pane. Ma non solo, una nonna che racconta, tramanda, consola.
E' la nostra terra, la nostra isola percettiva, relazionale, esperienziale. Che gradualmente si espande, diviene rione, paese, contrada, regione...
Ma la nostra regione non ha confini definiti, scavalca fiumi, montagne, pianure ed e' laddove noi ci sentiamo di casa, dove abbiamo una radice dialettale da condividere, dove le esperienze narrate accomunano nei ricordi, dove ritroviamo dall'amico che ci ospita il piatto della domenica simile a quello di casa nostra.
E poi viene l'eta' dei viaggi, dell'esperienza, del provare qualcosa di diverso, quasi antagonista. E si cerca, si viaggia, si assaggia. Ma piu' l'esperienza si amplia, piu' la conoscenza si eleva e maggiore diventa il desiderio di radicarsi, di mantenere fermo, nel vorticoso fluire di cose e persone, un piccolo rifugio, un'isola di pace in cui riassaggiare la zuppa della nonna, i fiori di zucca fritti, riparlare un dialetto schietto che a pochi ci accomuna e che trasmette insieme al messaggio anche un che di antico, quasi scomparso.
Riparte quindi una ricerca, un desiderio quasi ancestrale di ritornare all'origine, a ricercare quasi spasmodicamente gli stessi odori e sapori, a narrare ed ascoltare le storie altrui, che, pur prive di significato servono a ricordare, a recuperare un ricordo di cio' che, inesorabilmente passato, si puo' far rivivere soltanto nel pensiero e nella nostalgia di un infanzia che sopravvive in noi.